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Porta Chiusa (huis close),
messa in scena la prima volta a Parigi al teatro del
Vieux-Colombier nel maggio 1944, è la più
celebre opera del teatro essistenziale, ormai divenuta
un classico del teatro francese e mondiale: è
infatti, quella maggiormente rappresentata di Jean
Paul Sartre.
Un atto unico, quattro personaggi.
Introdotti man mano in una
camera d'albergo da un cameriere, tre personaggi sono
condannati a vivere eternamente insieme. Sono all'inferno.
I tre non si sono conosciuti in vita. E' un caso che
siano stati messi insieme per l'eternità o
c'è un disegno superiore oscuro? Quale categoria
di dannati essi rappresentano stando insieme, pur
se le loro storie in vita sono stati singolari per
ciascuno di essi? Un uomo, due donne. Un triangolo
si forma anche all'inferno. In esso ciascuno scaricherà
confessioni, frammenti e visioni della vita terrena,
sicchè alla fine la composizione del triangolo
assortito nel nuovo mondo mostra più di una
ragion d'essere: Tutti e tre sono morti con colpe
gravi, diversamente attribuite loro dagli altri e
dalla propria stessa coscienza. L'uomo "Garcin":
un intellettuale, un giornalista che disse no alla
guerra, catturato come disertore alla frontiera mentre
cercava di fuggire all'estero; venne fucilato per
tradimento. La donna "Ines" : impiegata
delle poste, ebbe gusti lesbici; fu responsabile della
morte del marito della sua compagna, con la quale
poi morì inalando gas; rappresentata al massimo
grado la "donna dannata". La giovane "Estelle"
: sposata, fedigrafa, dai molteplici amori; uccise
appena nata la sua creatura adulterina occultandone
il corpo e provocando il suicidio violento dell'amante;
morta di polmonite. I tre cercano di costituire fra
loro relazioni che sono speculari delle loro tendenze
e delle scelte già fatte in vita, ma qui essi
portano il peso della loro coscienza e dell'immagine
di se che possono aver lasciato di là, nell'aldilà
terreno. L'angoscia si insinua nel triangolo e viene
a minare e dinamizzare le nuove relazioni fra i personaggi.
E' centrale in quest'opera di Sartre (vicina alla
sua celebre opera filosofica L'essere e il nulla,
scritta negli stessi anni) la questione della "malafede",
dell'intellettuale particolarmente. Garcin è
un sincero pacifista nel suo rifiuto della guerra
oppure è un vile che ammanta di nobili ideali
la sua paura di soffrire e di morire? La questione
è così centrale che trascina quella
della salvezza e della libertà del singolo,
nonchè quella dei rapporti con gli altri e
con l'immagine oggettiva di se attraverso gli altri.
Gli ALTRI, in effetti, guardandoci e giudicandoci,
possono essere il nostro inferno. Ciò può
accadere dovunque, ovunque ci siano uomini "in
situazione " fra di loro - anche e ancora all'inferno.
"L'inferno sono gli altri": è una
formula sartriana derivata propriamente da quest'opera,
che la illustra dibattendola. E' una formula metafisica,
che apparenta quest'opera al teatro moderno dell'assurdo
(Beckett e Ionesco in particolare), e certamente la
distanzia dalle successive opere di Sartre che mettono
in scena la questione dell'"impegno" dell'individuo
singolo, dell'intellettuale e della comunità
in cui è inserito, come il Diavolo e il buon
Dio e i Sequestrati di Altona: a questi drammi Sartre
finirà con l'essere più legato, e vi
s'identificherà pienamente in seguito. Ma sarà
altra storia - per Sartre, per la sua carriera, per
la storia del teatro e per quella tout court del mondo.
Qui intanto, siamo come ai limiti del mito della "coscienza
infelice", alle soglie del dibattito sulla dialettica
della libertà e della responsabilità.
Vito Carofiglio Istituto di francese
- Università di Bari.
LO SPETTACOLO ( PORTA CHIUSA )
Il teatro come strumento
principe di comunicazione. Un testo / manifesto dell'incomunicabilità.
Un soggetto attualissimo dopo cinquant'anni. La combinazione
di elementi ideale per il galoppo alato di un "progetto
PEGASO" che insiste nell'esplorazione della "necessità"
del Teatro. Come possibilità di tramite, ad
esempio, per la memoria storica di diverse generazioni.
I forti connotati socio-politici del pensiero sartriano,
trovano nella messa in scena l'occasione di superare
la barriera del contingente e aprirsi alla dimensione
mitica. Le musiche originali sviluppano ulteriormente
questo concetto cercando una soluzione di continuità
tra sonorità "antiche" e suggestioni
moderne, colonna sonora ideale di fine millennio.
L'ambientazione, infine, si proietta in una zona ai
limiti della realtà temporale, forse un attimo
dopo il presente. La dimensione surreale della pièce
conferma così la sua forza, evidenziando ancor
più l'ordinaria follia del quotidiano. A dieci
anni dall'ultima rappresentazione in Italia, "Porta
chiusa" rimane una proposta, un confronto sul
tema del rapporto con gli altri: "Les autres"
è, infatti, il titolo con cui il lavoro viene
inizialmente pubblicato. "L'inferno sono gli
altri": ma gli altri siamo noi. Aprire la
porta, chiusa dalla volontà dell'isolamento,
è un gesto di liberazione individuale, che
diventa immediatamente collettivo. L'unico possibile
per uscire dall'inferno della commedia sociale.
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